In allegato lo studio dell’ISPESL: Il rischio biologico nei luoghi di lavoro: priorità di ricerca per la valutazione del rischio”, a cura di Biancamaria Pietrangeli, Ispesl
Il rischio biologico
Le categorie a maggior rischio di contaminazione, un rischio spesso sottostimato, sono il “personale aeroportuale, gli equipaggi di volo, i lavoratori addetti alla produzione, lavorazione e trasporto di bestiame, il personale incaricato di effettuare i controlli alle frontiere e di svolgere funzioni di polizia nonché i lavoratori impiegati nel settore sanitario e in quello dei trasporti e dei servizi pubblici”.
Inoltre si registra anche “l’aumento del rischio dovuto alla comparsa dei microrganismi resistenti ai farmaci; l’incremento generalizzato dell’uso di antibiotici nei trattamenti sanitari e nell’allevamento di animali nell’ambito dell’industria alimentare determina la comparsa di agenti patogeni resistenti ai farmaci quali ad esempio Staphylococcus aureus meticillina-resistente (MRSA) e il bacillo tubercolare (TBC)”.
Un capitolo è poi dedicato alla Direttiva 2000/54/CE, relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti biologici.
Secondo questa direttiva ogni valutazione dei rischi deve comportare:
- “l’individuazione dei pericoli, la quale consiste nell’individuazione degli agenti biologici eventualmente presenti e degli effetti dannosi che questi possono causare;
- la valutazione della relazione dose (concentrazione) – risposta (effetto), la quale prevede una stima della relazione esistente tra il livello di esposizione ad una determinata sostanza e l’incidenza e gravità degli effetti eventualmente causati;
- la valutazione dell’esposizione, la quale consiste nell’identificazione delle concentrazioni, delle vie d’esposizione, del potenziale di assorbimento, nonché della frequenza e della durata dell’esposizione al fine di ottenere una stima delle dosi alle quali i lavoratori sono o possono essere esposti;
- la caratterizzazione del rischio, la quale prevede una stima dell’incidenza e della gravità degli effetti dannosi che possono verificarsi nei lavoratori a causa della reale o presunta esposizione agli agenti biologici”.
Per una corretta valutazione del rischio biologico – indica il documento – è necessario avviare attività di ricerca in grado di:
- ampliare le conoscenze in materia di comportamento degli agenti patogeni nell’ambiente, ponendo particolare attenzione a quei processi che si dimostrano critici per la trasmissione degli stessi;
- elaborare tecniche di campionamento e metodologie analitiche adeguate, che permettano una migliore individuazione e quantificazione dell’esposizione nei luoghi di lavoro, punto di partenza per effettuare una corretta valutazione del rischio;
- intervenire sulla validazione dei metodi di misura attualmente in uso, sostenendone l’armonizzazione a livello internazionale al fine di ridurre al minimo la variabilità dei parametri rilevati nei diversi laboratori di ricerca;
- comprendere i principi fondamentali che regolano le interazioni agente batterico-ospite ed approfondire il ruolo che la genetica dell’ospite riveste nella predisposizione alla malattia.
Riguardo alla protezione dal rischio “considerata la natura eterogenea dei rischi biologici, che variano in funzione dell’area di attività”, è necessario adottare misure di prevenzione differenziate. Tra queste misure deve essere compresa “una progettazione delle infrastrutture tale da conferire alle stesse un livello di sicurezza elevato e l’implementazione di adeguate misure tecniche, organizzative e procedurali”.
L’uso dei DPI deve invece essere considerato come “ultima risorsa a disposizione dei lavoratori, nel caso in cui sia impossibile eliminare il rischio o, quantomeno, riportarlo ad un livello accettabile”.




